Arrivare sul posto di lavoro può essere più stressante che lavorare? Secondo alcune ricerche, percorrere ogni giorno lo stesso percorso è diventato sempre più logorante per una persona su tre.

La Ford Motor Company è giunta a questa conclusione attraverso un’indagine su un campione di 5.500 cittadini di sei città europee: Madrid, Barcellona, Londra, Parigi, Berlino e Roma. 

Uno dei fattori che influisce maggiormente sullo stress percepito durante il tragitto casa-lavoro è il traffico. Lo stress da traffico è diventato negli anni un problema comune tanto da guadagnarsi l’attenzione della comunità scientifica (http://www.humanitasalute.it/prima-pagina-ed-eventi/24991-stress-da-traffico-tragitto-casa-lavoro-il-momento-piu-faticoso/).

Alcuni psicologi inglesi, infatti, hanno verificato i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) nella saliva di un campione di automobilisti, scoprendo che dopo appena 20 minuti nel traffico i valori aumentano esponenzialmente, accompagnati peraltro da una crescita dei livelli di pressione sanguigna e glicemia e da una riduzione delle difese immunitarie.

Moxon definisce questa condizione come “Traffic stress disorder”, una forma di ansia psicologica che si manifesta nelle vittime del traffico tentacolare e che colpisce uomini e donne che sono costretti ogni giorno a trascorrere molto tempo in macchina.

Perché il traffico è percepito come stressante?

Le code o il traffico intenso danno la sensazione di essere intrappolati, senza via di uscita; oltre a questo, l’abitacolo è spesso troppo caldo e poco ossigenato, soprattutto con l’arrivo della bella stagione.

In aggiunta, altri elementi che entrano in gioco quando si è imbottigliati nel traffico sono: la percezione di buttare via il proprio tempo, i soldi sprecati in carburante, l’impossibilità di capire la causa dell’ingorgo, l’arrivare in ritardo a lavoro. L’automobilista, infatti, si trova a vivere in una situazione di passività, è “costretto” in un ruolo passivo, con il rischio di subire il tempo che scorre ed andare incontro, quindi, ad uno stato di frustrazione. Questi elementi nei soggetti più vulnerabili contribuiscono a far aumentare i livelli di stress.

La vettura, inoltre, viene vissuta dall’automobilista come un’estensione del proprio corpo: il traffico, in virtù di ciò, è percepito come una violazione del proprio spazio vitale e questo, inconsapevolmente, aumenta lo stato d’allarme, l’impulsività e l’aggressività (https://psychoceci.wordpress.com/2010/03/23/traffic-stress-disorder-lo-stress-da-traffico-un-italiano-su-due-ne-e-vittima/).

Fermo restando che la soggettività svolge un ruolo dominante nel percepire un evento stressante o meno, tendenzialmente la reazione fisiologica generata dall’esposizione al traffico genera reazioni differenti negli uomini e nelle donne: gli uomini seguono maggiormente la via dell’attacco rileggendo i suddetti cambiamenti fisiologici sotto forma di rabbia; le donne, invece, seguono prevalentemente la via della fuga rileggendoli sotto forma di paura.

È doveroso sottolineare che le reazioni sono sempre soggettive e generate non tanto dall’evento in sé quanto dalla percezione individuale che si ha dell’evento. Detto in altri termini, ognuno di noi reagisce non all’evento oggettivo, ma alla rilettura soggettiva che fa di quell’evento.

Lo stress da traffico può essere gestito e prevenuto: come?

Innanzitutto è certamente importante divenire coscienti del fatto che il traffico può contribuire ad alimentare o a far scaturire una situazione di stress fisiologico, con sintomi somatici e psichici importanti da riconoscere.

Rabbia e paura sono due emozioni e, in quanto tali, muovono energia in chi le prova.
Tale energia può essere canalizzata in modo consapevole per evitare che sfoci in azioni e reazioni disfunzionali e pericolose (http://www.staibene.it/30145-2/?refresh_cens).

In linea generale al manifestarsi dei primi sintomi può essere utile permettere al corpo di scaricare l’energia, ma anche l’adrenalina in eccesso, attraverso piccole azioni fisiche che, ovviamente, non violino le norme di sicurezza stradale: aprire e chiudere le mani, masticare un chewingum, tenere il ritmo con piccoli movimenti della testa e via dicendo.

Ma anche la psiche può essere di grande aiuto: infatti, può essere utile impegnare la mente distraendola dall’evento stressante, quindi dal traffico, e concentrando l’attenzione su altro, possibilmente qualcosa di piacevole.

Ascoltare la musica, purché non sia ad alto volume, seguire una trasmissione radiofonica di nostro interesse sono esempi di azioni che possono spostare l’attenzione dal traffico riducendone così il potere stressogeno (http://www.psicologo-milano.it/newblog/stress-ansia-traffico/).

Un altro modo efficace per scaricare l’adrenalina e, contemporaneamente, utile per distrarre la mente dal traffico sembra essere quello relazionale: è funzionale parlare con un interlocutore purché lo scambio sia piacevole e non emotivamente intenso, facendo attenzione a non violare il codice della strada, quindi usando vivavoce o auricolare nel caso di comunicazione telefonica.

Conclusione

Sia a livello nazionale che internazionale si è affermata la “psicologia del traffico”, ancora poco diffusa in Italia, come area di ricerca e di intervento. Il suo obiettivo è la tutela della salute pubblica nell’ambito della circolazione stradale per il miglioramento della mobilità. In molte persone, infatti, l’idea di restare imbottigliati nel traffico e di non riuscire a vedere la fine della fila, fa nascere sensazioni di impotenza, rabbia e paura poco piacevoli. Queste emozioni, con tutte le loro ripercussioni a livello fisiologico e somatico, se protratte nel tempo possono dare origine a veri e propri disturbi, che se non curati, influiscono potentemente sulla salute psico-fisica dell’individuo.

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About Author

Sono nata a Roma il 15/11/1992 e ho conseguito la Laurea Triennale presso l’Università Pontificia Salesiana alla Facoltà di Scienze dell’Educazione, curriculo di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione e, conseguentemente, la Laurea Magistrale in Psicologia Clinica e di Comunità presso la stessa Università, dove lavoro anche come assistente. Nel corso degli anni universitari ho avuto modo di partecipare a numerosi laboratori esperienziali, ma anche seminari e convegni riguardanti molteplici tematiche (psicologia dell’emergenza e psicotraumatologia, psicologia delle dipendenze, corsi di rilassamento, ecc). Attualmente sono una tirocinante presso l’ISP, dove sto partecipando a diverse iniziative, tra cui la stesura di un e-book. L’obiettivo lavorativo che intendo raggiungere è quello di abilitarmi alla professione di psicologo e successivamente intraprendere la scuola per diventare psicoterapeuta.

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